In viaggio 2020 “Diario”

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Così come lo avevo scritto su una piccola agenda. Il mio quarto viaggio solitario in India riportato fedelmente giorno per giorno, o quasi.

In attesa della partenza – Goa 2020

Briosco, Casa, Italy – 11 15:29. L’eccitazione della partenza è sempre un miscuglio di emozioni: l’adrenalina per l’avventura imminente, la leggera ansia di aver dimenticato qualcosa e quella dolce malinconia che accompagna ogni viaggio, come un sipario che si chiude per aprirsi su un nuovo scenario. Il bagaglio è quasi pronto. Ho ripiegato con cura i vestiti, scegliendo il minimo indispensabile, perché so bene che in India la valigia si riempie più di ricordi che di oggetti. Il costume è in cima, perché Goa è sinonimo di spiagge dorate e tramonti infuocati. Un paio di sandali comodi, naturalmente, il taccuino per annotare ogni dettaglio che renderà questo viaggio indimenticabile. Nel portasoldi sotto la cintura ci sono 1900 euro, il mio piccolo tesoro per le settimane a venire. La carta di credito ha un saldo di 386 euro, giusto per sicurezza. L’importante è avere abbastanza per il primo chai all’aeroporto e per il sorriso del tassista che mi porterà alla mia prima destinazione una volta atterrato.La sveglia è puntata per le cinque. L’idea di essere presto in viaggio rende tutto più leggero. Il silenzio della casa all’alba, la colazione fatta in fretta mentre fuori il mondo dorme ancora. Poi la corsa al treno delle 06:01 per Malpensa, un’ora sospesa tra il sonno e la realtà, con la mente già proiettata verso il sole di Goa, il profumo del mare e il suono delle onde che si infrangono sulla riva. Tra poche ore sarò in India. Ancora una volta.

Seregno 06:22 3°Gradi Quarto anno di viaggio da solo. Ormai è una tradizione, un appuntamento fisso con me stesso e con l’India. Prima volta a Goa. Eppure, l’emozione della partenza è sempre la stessa, come se fosse la prima volta. La solita ansia che si insinua la sera prima, quella sensazione di aver dimenticato qualcosa di importante, anche se la valigia è fatta e ricontrollata più volte. Il solito freddo di febbraio che avvolge Seregno, rendendo ancora più dolce l’idea di atterrare tra qualche ora in un posto dove il sole scalda la pelle e l’anima.

Malpensa 09:27 9°Gradi L’aria è frizzante, il cielo grigio. Il solito clima invernale che rende ancora più dolce l’idea di volare verso il caldo di Goa. Il check-in è stato rapido, una volta a bordo, mi accorgo che la fortuna è dalla mia parte: tre posti tutti per me. Che spettacolo! Si comincia davvero bene. Sei ore di volo promettono di passare in un attimo con questo comfort.

In volo 11:27 Etihad non delude. Un pranzo degno di nota: pasta alle olive, un tocco di Philadelphia, una birra fresca e, per finire, un gin tonic. La combinazione perfetta per un viaggio che già sa di libertà. Il tempo scorre tra qualche film, un po’ di lettura e la consapevolezza che tra non molto metterò piede in un altro mondo.

Abu Dhabi 17:37 17°Gradi Appena atterrato, la prima cosa che noto è il clima: piacevole, quasi primaverile. La seconda? La situazione legata al Coronavirus, qui negli Emirati Arabi Uniti, non sembra destare grande preoccupazione, solo un 3-5% di persone gira con la mascherina abbassata sulla bocca. Nessun controllo evidente della temperatura, almeno per chi è solo in transito. Mi concedo un trancio di pizza. Prezzo? 7,50 euro. Salato, ma non ho fame e voglia di occupare il tempo. Google Pay funziona alla perfezione: avvicino lo smartphone e voilà, i soldi spariscono con un semplice bip. Un indiano seduto accanto a me sul tavolino dell’ aeroporto mi offre una fetta di mela tagliata a coltello , accetto e ringrazio.

In volo per Nuova Delhi 21:07 Il secondo aereo in 24 ore. Se il primo volo era stato un lusso, il secondo, da Abu Dhabi a Nuova Delhi, è tutta un’altra storia. È pienissimo, affollato di lavoratori indiani che rientrano in patria. Niente più gin tonic, niente più spazio per distendersi. Ma è il prezzo da pagare per arrivare dove voglio arrivare.


Anjuna 10:37 31°Gradi Anjuna è una sorpresa. Le strade polverose sono fiancheggiate da palme alte e buganvillee in fiore, mentre le case dalle facciate color pastello raccontano ancora il passato coloniale della regione. La mia sistemazione è perfetta: una stanza in una villa coloniale, elegante ma senza sfarzi, C’è anche un piccolo giardino, un angolo di pace dove le cicale cantano senza sosta e l’aria profuma di frangipani. Faccio colazione , in un piccolo bar dall’altra parte della strada. Chai bollente, e i soliti biscotti rinsecchiti. Proprio di fronte, stazionano i noleggiatori di scooter, pronti a contrattare con chiunque abbia bisogno di un mezzo per esplorare la zona. Ho chiesto a loro, e con la solita efficienza indiana mi hanno dato subito un numero di telefono per noleggiare una Royal Enfield. Non vedo l’ora di sentire quel motore rombare sotto di me, di prendere la strada e perdermi tra le curve di Goa, Anjuna sembra il posto giusto per prendersi una pausa dal mondo. Per qualche giorno, sarà casa. Qui del coronavirus nemmeno il sospetto.

Anjuna – La mia Royal Enfield e il ritmo lento di Goa Il sole è già alto quando esco dalla guest house. La mattinata scorre lenta tra le strade tranquille di Anjuna, un posto che sembra fatto apposta per chi vuole perdersi senza fretta. Ho cambiato un po’ di soldi in una delle piccole agenzie lungo la strada principale. Tasso onesto, nessuna sorpresa. Poi, finalmente, ho trovato la mia Royal Enfield a noleggio. Solo che… beh, non è proprio perfetta. La ruota posteriore è forata e abbastanza liscia. Dico al proprietario che sarebbe il caso di cambiarla. Lui ride, scrolla le spalle e mi dice che se voglio posso farlo a mie spese. Classico. Non si scompone minimamente, come se fosse la cosa più normale del mondo. Non c’è nemmeno bisogno di documenti. 700 rupie al giorno, pagamento in contanti. Nessuna richiesta di passaporto o cauzione. Ma ho il sospetto che si sia già informato su di me chiedendo ai proprietari della mia guest house. Qui tutto funziona così: non ci sono contratti, ma c’è una rete invisibile di contatti e informazioni che scorre più veloce di qualsiasi connessione Wi-Fi. Dopo aver sistemato la moto alla meglio, vado alla scoperta dei ristoranti nei dintorni. Ce ne sono un paio davvero interessanti. E poi, ovviamente, c’è la birra. Kingfisher sempre fresca.

Goa on the Road – Verso Sud con la mia Royal Enfield Con la mia Royal Enfield – un po’ malconcia ma perfetta per l’avventura – punto il muso verso sud. il sole scalda l’aria, mentre il vento porta con sé l’odore del mare e delle spezie. Baga Beach è il primo stop. Un tempo era una spiaggia selvaggia e incontaminata, oggi è affollata di turisti, locali sulla sabbia e venditori ambulanti che offrono di tutto: dai tatuaggi all’henné ai cocktail serviti in noce di cocco. Mi fermo al Royal Enfield Café, un piccolo angolo dedicato agli amanti delle due ruote. Pareti decorate con immagini di viaggi epici, pezzi di moto appesi qua e là, tavoli in legno grezzo. Qui ogni biker ha una storia da raccontare. Prendo un chai bollente, mi siedo fuori e osservo la strada: Royal Enfield ovunque, da quelle più nuove e lucide a quelle che sembrano uscite da un film anni ’50. Compro un casco originale Royal, quello che mi è stato dato con la moto è scomodissimo. Riprendo la strada e dopo qualche chilometro arrivo al Forte di Aguada, una delle testimonianze più affascinanti del passato coloniale portoghese. Le mura in pietra scura contrastano con l’azzurro del mare che si estende all’orizzonte. Qui si sente la storia, quella delle navi che una volta si fermavano per rifornirsi d’acqua dolce prima di salpare verso terre lontane. Mi avvicino al faro, il punto più panoramico. L’aria qui è fresca, il vento porta con sé l’odore della salsedine. Dall’alto, lo sguardo spazia fino a Candolim e oltre. Mi fermo qualche minuto, respiro profondamente, poi risalgo in sella. Il mercato di Mapusa: Mapusa, che il venerdì è uno dei più vivi e caotici di Goa. Le bancarelle traboccano di frutta tropicale: mango succosi, ananas profumatissimi, banane dolcissime. Accanto, le spezie: cumino, curcuma, cardamomo, peperoncini essiccati che tingono l’aria di sfumature rosse e arancioni. Gli odori si mescolano: il dolce del cocco, il pungente del pesce essiccato, l’aroma del tè appena preparato. Passeggio tra i banchi, comprando qualche snack da sgranocchiare più tardi. Un bicchiere di succo fresco di canna da zucchero, spremuto al momento con qualche goccia di limone e zenzero, è la pausa perfetta prima di rimettermi in viaggio. Ritorno ad Anjuna per il tramonto, il sole è già più basso sull’orizzonte. Arrivo ad Anjuna giusto in tempo per godermi il tramonto dalla scogliera. Il cielo si incendia di arancione, rosa e viola, mentre le onde si infrangono lente contro la costa. Mi siedo su una roccia, lasciando che il rumore dell’oceano riempia il silenzio.

Goa! Il primo pensiero, quasi un sussurro tra me e me: che pace rispetto al Nord India. Qui il caos sembra più distante, il ritmo è più rilassato. Il secondo pensiero? Si mangia decisamente meglio. Terzo pensiero si spende decisamente di più. E poi c’è la birra. Kingfisher, ovviamente, ma non solo: Tuborg, Corona, per chi vuole spendere qualcosa in più. I bar sulla spiaggia sono un mondo a parte. Affollati da una classe media indiana in ascesa, turisti benestanti che vogliono godersi la vita. A volte forse troppo esuberanti. Ma quello che davvero conta è la libertà di muoversi. Noleggiare una Royal Enfield qui non è solo un’opzione, è un rito. Il rombo del motore, la brezza calda sulla pelle, le strade che si srotolano davanti senza fretta. Ne parlerò meglio più avanti, perché è qualcosa che merita un capitolo a sé.

Divar Island 08:37 31°Gradi – Un Rifugio sul Mandovi Parto con icon i 31° che scaldano l’aria e illuminano ogni angolo, torno verso sud, devo salire a bordo di un traghetto che mi conduce verso Divar Island, una piccola oasi incastonata nel Mandovi. Il viaggio in sé è piacevole: il traghetto, sempre puntuale ed efficiente, scivola lungo il fiume, offrendomi scorci di natura incontaminata e un paesaggio che sembra uscito da una cartolina. Sbarcato sull’isola, mi lascio incantare dalle strade che si snodano tra il verde lussureggiante e i riflessi argentei del fiume. Ogni curva regala una nuova meraviglia, un invito a scoprire il fascino autentico di un luogo dove il tempo sembra essersi fermato. Le case portoghesi, con le loro facciate consumate ma piene di storia, si ergono come custodi di un passato coloniale, raccontando storie di viaggi lontani e di antiche tradizioni. Proseguo lungo una strada che mi conduce al cuore dell’isola, dove, in mezzo al nulla, spunta un piccolo bar. Una bella birra fresca in compagnia dei locali che mi guardano curiosi ma indifferenti. Divar Island è molto più di un semplice punto sulla mappa: è un angolo di paradiso, dove la bellezza della natura e la storia si intrecciano in un racconto silenzioso, ma intenso, che ti accompagna ben oltre il tramonto.

Da Anjuna ad Arambol: L’alba tinge il cielo di Goa con sfumature rosa e arancioni quando apro gli occhi. L’aria è ancora fresca, portando con sé il profumo della salsedine e delle spezie che avvolge Anjuna. Mi infilo una camicia leggera, infilo gli occhiali da sole nella tasca e mi avvio al mio solito bar Indian style, un vecchio ventilatore gira lento, senza fretta. Il chai bollente viene servito in un bicchiere di vetro spesso, il vapore si alza mentre lo porto alle labbra. Mangio una frittata incredibile. Il proprietario, mi chiede dove sto andando oggi. Arambol”, rispondo con un cenno del capo. Lui annuisce, come se sapesse già che era inevitabile. Salgo sulla Royal Enfield, il motore ruggisce. Prendo la strada verso nord, lasciandomi alle spalle le palme di Anjuna. Dopo una ventina di minuti di guida rilassata, scorgo la sagoma di una cattedrale in stile portoghese incastonata tra le palme. È un edificio imponente, con le sue pareti bianche che risplendono sotto il sole. Spengo la moto e mi avvicino a piedi. Dentro, l’aria è fresca e profuma di incenso. Un paio di fedeli sono inginocchiati in silenzio, mentre la luce del mattino filtra dalle vetrate colorate, dipingendo il pavimento di riflessi dorati. Mi fermo qualche minuto, ascoltando il silenzio e godendomi l’inaspettata tranquillità. Riprendo il viaggio.. Dopo un po’, la strada mi porta davanti a un mercato di frutta. Le bancarelle sono un tripudio di colori: mango dorati, papaya succose, banane minuscole, melograni rossi come rubini. L’aria è impregnata del dolce profumo della frutta matura e del chiacchiericcio dei venditori. Compro un cocco fresco: il venditore lo apre con un colpo netto del machete e mi porge una cannuccia. Bevo lentamente. Dopo quasi due ore di viaggio, finalmente scorgo il cartello: Arambol. La strada si restringe tra casette colorate, caffè bohemien e botteghe di artigianato tibetano. L’atmosfera cambia, diventa ancora più rilassata. Arrivo sulla spiaggia, dove il suono delle onde si mescola con la musica di qualche chitarrista seduto sulla sabbia. Mi tolgo le scarpe e cammino fino alla riva. Il viaggio è finito, ma la giornata è appena iniziata. Più tardi cercherò la mia guest house.


Arambol 15:47 30°Gradi Arambol è un luogo che incanta e sorprende. Un paradiso non perfetto ma un paradiso, ed è proprio questa imperfezione a renderlo così speciale. Ti rendi conto di essere in India dal suono delle Royal Enfield che ruggiscono per strada, dai cani randagi che si aggirano placidi, dai corvi che sorvolano le bancarelle, dalle mucche che passeggiano indisturbate sulla spiaggia. E sì, purtroppo anche dai rifiuti, che in certi angoli si accumulano quasi magicamente. Questo angolo di Goa, un tempo rifugio degli hippie, oggi è assediato da un turismo di massa che non sempre ne rispetta lo spirito. Non c’è più l’atmosfera mistica di un tempo, eppure, se sai dove cercare, Arambol ha ancora la sua magia. Una certezza rimane: il cibo. Ho appena mangiato i pakora più buoni della mia vita. Croccanti, speziati, perfetti.


Arambol è diversa. Più lenta, più rilassata. La sabbia dorata si allunga all’infinito, bagnata dalle onde dell’oceano che vanno e vengono con un ritmo ipnotico. Mi incammino senza fretta lungo la riva, un piccolo gruppo si è riunito per fare yoga, altri semplicemente si godono il sole sdraiati sulla sabbia. Dopo una lunga passeggiata, mi fermo in uno dei tanti beach shack. Ordino una birra ghiacciata, la bottiglia gocciola condensa mentre la sollevo per il primo sorso. È perfetta, fresca e dissetante. Con la birra arriva anche un piatto di veg thali, un tripudio di colori e sapori: dhal fumante, chapati caldo, riso basmati profumato, verdure speziate e un chutney piccante. Il tempo vola. Alterno passeggiate infinite sulla spiaggia a lunghe pause nei caffè e nei piccoli ristoranti sulla sabbia, dove le sedie sono di legno dipinto e la musica si mescola al suono delle onde. Arambol ha un’atmosfera magica, un posto dove il tempo scorre a un ritmo diverso, più lento, più leggero. Il sole inizia a calare. Decido di spingermi fino alla parte nord della spiaggia, dove un piccolo sentiero porta al lago d’acqua dolce, un angolo nascosto e tranquillo circondato da palme. L’acqua è fresca, perfetta per un ultimo bagno prima del tramonto. Rientro sulla spiaggia giusto in tempo per il sunset drum circle: un cerchio di viaggiatori e musicisti si è formato sulla sabbia, tamburi, percussioni, gente che balla a piedi nudi, mentre il sole si tuffa nell’oceano. Un’altra birra, un’ultima chiacchierata con qualche viaggiatore conosciuto per caso. La notte scende su Arambol, ma la sua energia rimane accesa. So già che tornerò.

Da Arambol a Colva: Lascio Arambol alle prime luci del giorno. La spiaggia è silenziosa, avvolta in una luce dorata, e qualche viaggiatore solitario cammina sulla riva, Il sole inizi a scaldare sul serio. Salgo sulla mia Royal Enfield, accendo il motore e mi avvio lentamente sulla strada polverosa che porta verso sud. Dopo appena una manciata di chilometri, sento un leggero sbandamento nella ruota posteriore. Il manubrio trema, il controllo si fa incerto. Ho bucato. Mi fermo sul lato della strada, sotto l’ombra di un grande albero di mango. Guardo il pneumatico: il posteriore è piatto, completamente a terra.Per fortuna, un anziano seduto su un muretto poco distante mi indica qualcosa più avanti sulla strada. Un gommista è a pochi chilometri. Spingo la moto lentamente lungo la strada, il sudore che inizia a colare sulla schiena mentre il sole si alza nel cielo. Dopo una ventina di minuti, arrivo alla piccola officina: un baldacchino di lamiera, con pneumatici impilati e un uomo con le mani nere di grasso che lavora su uno scooter smontato. Mi guarda, annuisce senza bisogno di spiegazioni e si mette subito all’opera. Magistralmente, cambia la camera d’aria in pochi minuti, le mani esperte che si muovono con la sicurezza di chi fa questo lavoro da una vita. Il tutto per una cifra ridicola, l’equivalente di qualche euro. Gli sorrido, pago e lo ringrazio con un cenno del capo. Lui sorride di rimando. La strada verso sud è un viaggio dentro il cuore di Goa. Attraverso villaggi sonnacchiosi, supero piccoli templi dalle cupole colorate, campi di riso verde brillante, e strade punteggiate di bancarelle che vendono noci di cocco fresche. Il traffico si fa più intenso avvicinandosi a Margao, la seconda città più grande di Goa. Qui la vita è più frenetica: mercati affollati, autobus rumorosi, risciò che zigzagano nel traffico. Ma appena lascio la città alle spalle, la strada si apre nuovamente.

Arrivo a Colva Beach poco prima di mezzogiorno. La spiaggia è lunga e dorata, affollata di turisti indiani che fanno il bagno vestiti, ridono e giocano tra le onde. Famiglie intere con sari coloratissimi, bambini che corrono tra le onde, giovani coppie che si fanno selfie con il mare sullo sfondo. Mi siedo in uno dei tanti beach shack, ordinando qualcosa da mangiare. Bevo una limonata fresca, perfetta per combattere il caldo. Dopo mangiato passeggio, sulla spiaggia verso il villaggio dei pescatori, poco più a nord . Qui la spiaggia cambia volto: meno turisti, più autenticità. Pescherecci colorati sono tirati a riva, uomini con lunghe reti le sistemano pazientemente, mentre donne con sari scoloriti vendono pesce fresco direttamente sulla sabbia. Incontro un piccolo villaggio, il sole batte su grandi stuoie di juta, dove centinaia di pesci vengono stesi a essiccare. L’odore è forte, pungente, la scena è incredibile: una distesa di pesci argentati che brillano sotto il sole, tra i gabbiani che svolazzano in cerca di un pasto facile.

Mi fermo a osservare la vita del villaggio: le donne che chiacchierano mentre puliscono il pesce, i bambini che corrono scalzi tra le barche, gli uomini che riparano le reti con mani esperte. Goa non è solo spiagge e feste, è anche questo: una vita semplice, scandita dal ritmo del mare. Domani mattina, Palolem mi aspetta.

La strada che porta a Palolem è un nastro d’asfalto che serpeggia tra colline verdi e foreste di palme. Curve e controcurve si susseguono senza tregua. La Royal Enfield ruggisce, si fa per dire, sotto di me. vola disinvolta e veloce sui tornanti, il vento caldo mi accarezza il viso. Dopo un paio d’ore di viaggio immerso in questo paesaggio selvaggio e vibrante, arrivo a Palolem nel primo pomeriggio. Il sole è alto nel cielo, e la spiaggia si svela all’improvviso, con la sua mezzaluna di sabbia dorata incorniciata da palme ondeggianti. Il mare scintilla, invitante, mentre il ritmo lento di Goa inizia già a insinuarsi nella mia pelle. Raggiungo l’ostello, un edificio colorato con un giardino ombreggiato da alberi. Parcheggio la moto all’ingresso, tolgo il casco e mi asciugo la fronte lucida di sudore. Entro, saluto velocemente il ragazzo alla reception compilo il libro degli ospiti e salgo nella mia stanza. Getto lo zaino sul letto a castello, sfilo le scarpe impolverate e mi infilo sotto la doccia: l’acqua fredda mi scivola addosso come una benedizione, lavando via il sudore del viaggio e la polvere della strada. Rinato, esco dall’ostello, pronto a lasciarmi avvolgere dall’atmosfera di Palolem. La prima tappa è ovvia: un beach shack con vista sul mare, dove il suono delle onde si mescola alle note che escono da una vecchia cassa. Mi siedo su una sedia di bambù, ordino una birra gelata. La notte promette bene.

Palolem 10:59 33°Gradi Il viaggio continua e, come ogni viaggiatore tengo il conto dei cambi, il cambio valuta è un’arte. Aeroporto: 50 euro a 72 Anjuna: 200 euro a 77.8 Arambol: 100 euro a 77 Colva: 100 euro a 76.5 Palolem: 100 euro a 76. Palolem è un piccolo gioiello. Più tranquillo rispetto ad Arambol, più raccolto. Qui le giornate scorrono lente, tra bagni nel mare caldo e tramonti dorati. Perfetto per rilassarsi, per godersi il suono delle onde, per sentirsi lontano da tutto.

Lascio Palolem dopo qualche giorno, con un velo di malinconia. Mi ci ero affezionato: le mattine lente sulla spiaggia, i tramonti infuocati, le cene nei piccoli ristoranti illuminati da luci soffuse, il suono delle onde come sottofondo costante. Sarei rimasto ancora, se solo il tempo avesse potuto fermarsi. Ma la strada chiama, e so che è ora di ripartire. Carico lo zaino sulla Royal Enfield, do un’ultima occhiata alla baia, respiro a fondo l’aria salmastra e accendo il motore. Il rombo familiare accompagna i miei primi chilometri verso l’interno, lasciandomi alle spalle la costa e i suoi ritmi rilassati. La strada si snoda attraverso i villaggi sonnolenti, salgo dolcemente verso l’entroterra. La mia destinazione è una organic farm, un piccolo paradiso immerso nel verde dove trascorrerò un paio di giorni. Voglio rallentare, staccare ancora di più dalla frenesia del mondo.

Dudhsagar Plantation è un autentico paradiso terrestre, un rifugio di pace immerso nella natura. Il mio bungalow in muratura, dipinto di un giallo canarino vivace, è uno dei sei disponibili per gli ospiti. Si trova nel cuore della piantagione, avvolto da una vegetazione lussureggiante che profuma di spezie e fiori tropicali. Le finestre affacciate sul verde lasciano entrare la brezza leggera della foresta, mentre i suoni della natura—il canto degli uccelli, il fruscio delle foglie, il lontano muggito delle vacche nella piccola fattoria—diventano la colonna sonora delle mie giornate. Uno degli angoli più suggestivi della tenuta è la piscina naturale, incastonata tra le piante come un gioiello segreto. L’acqua fresca e limpida riflette il cielo, mentre rampicanti e palme creano un’oasi ombreggiata dove il tempo sembra sospeso. Poco distante, la casa padronale domina la proprietà con la sua eleganza semplice: un edificio tradizionale dai colori caldi, con una veranda ampia e colonne scolpite, testimone di un passato agricolo che ancora vive tra queste mura. Qui si produce una piccola quantità di feni, il liquore tipico di Goa, ottenuto dalla fermentazione del frutto degli anacardi. Durante la mia permanenza, mi illustrano il processo artigianale di produzione. Assaggio un sorso del liquore ambrato, forte e aromatico, un assaggio autentico della cultura locale. Le mie giornate scorrono lente e appaganti, tra passeggiate tra gli alberi di noce moscata, chiodi di garofano e pepe, e momenti di puro relax. Ogni pomeriggio, alle quattro in punto, partecipo immancabilmente al rito del tè, servito sotto la pergola al centro della tenuta. Qui, tra tazze fumanti e dolci fatti in casa, mi siedo a chiacchierare con gli altri ospiti.

Kadamba Shri Mahadeva Temple Parto all’alba, quando l’aria è ancora fresca e la luce dorata del sole filtra tra le fronde degli alberi. La strada si snoda attraverso un paesaggio verde e rigoglioso, con il profumo della terra umida e delle piante selvatiche che mi accompagna lungo il tragitto. Man mano che mi addentro nell’entroterra, il traffico si dirada e il silenzio della natura prende il sopravvento. Dopo un’ora e mezza di viaggio, entro nel Bhagwan Mahavir Wildlife Sanctuary, un’oasi selvaggia dove la giungla si estende fitta e impenetrabile ai lati della strada. Gli alberi altissimi formano una galleria naturale, e la luce del sole crea giochi di ombre sul terreno. Mi muovo con prudenza: alcune scimmie sbucano improvvisamente dai rami e attraversano la strada con agilità sorprendente. Devo rallentare più volte per evitare di disturbarle mentre si muovono in gruppo, alcune con i piccoli aggrappati al ventre. L’atmosfera cambia man mano che mi avvicino al Kadamba Shri Mahadeva Temple. Il tempio, incastonato nel cuore della foresta, appare come un luogo fuori dal tempo, avvolto da un’aura di sacralità e mistero. Costruito nell’XI secolo dalla dinastia Kadamba, questo antico santuario in pietra scura è dedicato a Shiva, e il suo lingam monolitico è ancora oggi venerato dai pellegrini. Appena varco l’ingresso, il tempo sembra fermarsi. L’aria è densa di incenso, e il suono delle campanelle si mescola al fruscio delle foglie mosse dal vento. Le pareti del tempio sono decorate con intricati bassorilievi raffiguranti divinità e motivi floreali, testimoni di un’arte raffinata e di una spiritualità che attraversa i secoli. Mi avvicino alla statua di Nandi, il toro sacro di Shiva, scolpito in un unico blocco di pietra, consumato dal tempo e dalle mani dei devoti che lo accarezzano in segno di rispetto. Qui il tempo non ha fretta, il passato e il presente si fondono in un’unica dimensione sospesa, e io mi lascio avvolgere dalla pace di questo luogo sacro, lontano dal caos del mondo moderno.

Il Ritorno ad Anjuna e il Viaggio Verso Casa Dopo giorni immerso nella natura selvaggia dell’entroterra, torno ad Anjuna, Qui passo gli ultimi giorni del mio viaggio, alternando lunghe ore in spiaggia a pranzi e cene nei ristoranti che ormai conosco bene. Immancabile la King’s Beer, la birra leggera di Goa che mi accompagna ad ogni tramonto. L’ultimo giorno riconsegno la mia Royal Enfield, la fedele compagna di viaggio che, nonostante gli anni e le molte avventure, non mi ha mai tradito. Ogni volta che giravo la chiave e sentivo il suo motore ruggire, sapevo che una nuova strada mi aspettava. La osservo un’ultima volta prima di allontanarmi, con la sensazione che un pezzo di me resterà legato a quelle strade polverose, a quei chilometri percorsi senza fretta, immerso in un’India che sa sempre sorprendermi.

Volo per Delhi, dove mi fermo per due giorni prima del rientro in Italia. Come sempre scelgo di soggiornare a Paharganj, quartiere caotico e vibrante dei viaggiatori, mi immergo ancora una volta nell’anima più cruda e autentica della capitale, lasciandomi trascinare dal flusso incessante della folla, tra negozi di spezie e antiche haveli nascoste dietro portoni scoloriti. Mi siedo per strada e sorseggio il mio tè in un bicchiere di terracotta, assaporando ogni istante di questo caos meraviglioso.

La sera, dal tetto del mio albergo, osservo le luci di Delhi brillare come un tappeto infinito. Il suono lontano dei clacson si mescola alla voce del muezzin che chiama alla preghiera. Respiro profondamente e penso che l’India, ancora una volta, mi ha stregato. L’indomani, il viaggio di ritorno mi riporta a casa. Ma una parte di me resta qui, tra le strade polverose, il profumo delle spezie e la promessa di tornare.

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